Il Robot con il tutù

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«Cara, il prossimo articolo deve essere sulla moda

«Nulla di più semplice! La moda o valore modale di un insieme di dati è quel valore, se esiste, che si presenta con maggiore frequenza. Tieni conto che ci possono essere più valori modali.»

Alzo lo sguardo «Ah…. ti riferivi a quell’altra Moda…»

Se fossimo in un paese anglosassone questo problema non si sarebbe posto. Una si dice mode e l’altra fashion, difficile confonderli.

Beh, definiamolo concorso di colpa, stavo lavorando ad altro, fa caldo, le mie sinapsi non erano propriamente allineate. Questa rientra tra le mie reazioni difensive principe. Ogni volta che sento la parola Moda scattano due voci: Giada (Come tu mi vuoi) che dice «è più forte di me, ogni volta che sento quella parola mi vien voglia di vestirmi peggio» e Miranda (Il diavolo veste Prada tratto dall’omonimo romanzo) con il suo «non essere ridicola Andrea, tutti vorrebbero essere noi».

Qualcuno lo definirebbe un ossimoro, per me sono due facce della stessa medaglia. A pensarci bene, cos’è in fin dei conti la moda? In effetti è un qualcosa che si presenta con maggior frequenza in un insieme. Una usanza che, diventando gusto prevalente, s’impone nelle abitudini, nei modi di vivere, nelle forme del vestire: la moda delle minigonne, del cellulare; moda parigina, italiana; moda femminile, maschile.

Questo è ciò che è.

Tanto varrebbe dire che un Robot è un insieme di hardware e software.

Non abbastanza riduttivo? Allora chiamiamolo tostapane. Altamente qualificato ma sempre un tosta pane. Forse è meglio chiedere ad Alexa di impostare un timer.

Possiamo ridurre la moda a una mera scelta di capi d’abbigliamento? Non dovremmo essere così scontati, magari ha un significato più profondo. Come un robot non è un tostapane iperqualificato, anche la moda è da considerarsi come un sistema a più dimensioni – che non riguarda soltanto i vestiti – bensì abbraccia tutte le attività che comportano una scelta.

Se qualcosa non concorre a qualcos’altro è inutile. Guardate in casa tutti gli oggetti che avete: ognuno concorre a qualcosa (la libreria concorre a tenere libri, suppellettili e polvere, una spina concorre ad accedere all’alimentazione delle lampadine, della lavastoviglie, del carica batterie – un oggetto sicuramente indispensabile negli attacchi di panico da batteria all’1%).

Quindi anche la Moda concorre a qualcosa. Ciò che spesso non è chiaro è a cosa concorre.  E qui bisogna fare un salto quantico per capire che la Moda assurge simultaneamente a funzioni contrapposte tra loro.

La moda permette ad una persona di identificarsi. E di uniformarsi allo stesso tempo. Tu scegli il capo, ma i capi tra cui scegliere sono definiti da altri. È autonomia determinata, libertà schiava.

Tra pudore ed esibizionismo. Allora ha ragione Giada, è massificazione, si fanno mercificare!. Non è così semplicistico. La natura della moda è per eccellenza dicotomica, tra ribellione e conformismo, strumento di comunicazione e di omologazione. Abbiamo scambiato il doppio petto per i pantaloni a “caviglia scoperta”, l’eccesso per eleganza. Si potrebbe arrivare all’estremo affermando che si è creato un distacco perché la moda non parla più della nostra vita, della nostra società.  Interessante è la visione di Costanza Baldini tratta dal libro Sociologia della Moda «…, ogni singola moda si presenta caduca e insieme eterna, appare come temporalmente fragile, ma dichiara di voler aspirare all’eternità. È radicata più di quanto, di primo acchito, non sembri nel passato, vuole dominare il futuro, ma è solo regina del presente. Di fatto la moda raggiunge la sua acme, in quelle società che amano tra tutte le dimensioni temporali quella del presente».

Per usare un’espressione in voga da diversi anni, in quell’italiano impazzito tra “apericena” e “sapevatelo”, verrebbe da esclamare “tanta roba”, come ad una fiera paesana di mucche, dove si soppesa la qualità della bestia nella quantità di “roba” che incarna.

Facciamo un esempio meno filosofico: il cellulare. Uno smartphone, oggi, ti permette di fare alcune cose simultaneamente (rispondere al marito e chattare con le mamme nel gruppo WhatsApp perché tua figlia si è dimenticata i compiti da fare). Cosa succede nel momento in cui sei al telefono con il marito per la spesa e arriva la telefonata dell’amica? Devi fare una scelta: o interrompi la prima o rifiuti l’altra. Entrambe le cose non possono essere fatte. Ma non c’è problema, non ci aspettiamo certo una soluzione diversa.

Allora perché, anche in modo un po’ inconsapevole, stiamo chiedendo alla moda, ad uno strumento con funzioni ben definite, di fare quello che il nostro smartphone non fa? Perché chiediamo alla moda di essere simultaneamente strumento rappresentativo e non omologante?

Pretendiamo dalla moda di essere espressione di una società nella quale convivono l’Accademia della Crusca e la parola “sapevatelo”. Forse, e dico forse, non siamo noi a chiedere un po’ troppo alla moda?

Spero solo di non vedere in futuro un robot con il Tutù.

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