L’onestà intellettuale dell’Intelligenza Artificiale

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Di la verità. Stai leggendo questo articolo perché c’è scritto Intelligenza artificiale.
Due parole che racchiudono… cosa? Chiedetelo a 3 , a 1000 persone e otterrete altrettante definizioni. Tutte soggettive.  E che ci vuoi fare…. Su cosa sia l’intelligenza artificiale non ci siamo ancora messi d’accordo. A livello globale.

Già. Tutti parlano di Intelligenza artificiale ma non è stata ancora individuata una definizione condivisa.
E il primo che prende Wikipedia gli ri-sequenzio il DNA. È come prendere le Spigolature della Settimana Enigmistica e usarle come sfoggio di conoscenza sulle miniere di tufo in Kirghizistan (che manco so se esistono e se il tufo si estrae da una miniera).

Ma il bello di «ciò che non è stato ancora definito in modo univoco e condiviso», è che se ne può parlare. Anzi, se ne deve parlare, senza timori e approfittandone per contribuire con il proprio personale punto di vista.
E io ne approfitto. Lallero.

Perché la parola intelligenza è un termine relativo. Relativo all’essere umano.

E lo so che non è chiaro. E quindi vi beccate lo spiegone. In capitoli.

Mi capita spesso di intavolare discussioni sull’argomento. La cosa divertente è che non le inizio nemmeno io. Ho colleghi, professionisti, amici che vengono da me, con un atteggiamento di vanto, per aver scritto articoli sull’etica nell’intelligenza artificiale o sul suo utilizzo in ambito legale o sul riconoscimento facciale o su quanto sia realistico l’articolo scritto da una IA con l’obiettivo di convincere gli esseri umani di non essere una minaccia. (se non lo avete letto, merita, ve lo consiglio.)
E mi chiedono cosa ne penso. E io mi mordo la lingua.
Ma ho imparato a rispondere «Forse, e dico, forse, non è una visione un po’ troppo antropocentrica?». Di solito funziona. L’argomento cade lì.
Se non funziona subito mi tocca sorbirmi (con malcelata pazienza, lo ammetto) dei meravigliosi voli epistemologici, filosofici, deontologici e spirituali. Che per carità, tutti di valore né, vale quello che ho detto sopra.

È solo che io sento le voci.

E le voci nella mia testa continuano a dirmi «Ma ad una IA, che cazzo gliene frega di tutto questo?».

Datosi che è già complicato parlare di intelligenza artificiale, e non chiedo a nessuno di impelagarsi nel tentativo di immaginare una intelligenza disincarnata, proviamo a vederla in un’ottica alla quale siamo più abituati: quella della robotica.

Era il 1966 quando Robert Zelanzy pubblicò il racconto Per un respiro io indugio. E lo trovo tutt’ora, a più di 50 anni di distanza, l’esempio più semplice per far capire il concetto “relativo all’essere umano”. Il racconto si svolge in un ipotetico futuro in cui, dopo la scomparsa dell’uomo, le uniche forme esistenti sulla terra sono i robot. Tolti i necessari adempimenti letterali, vi è un dialogo, tra due macchine “senzienti” sulla natura dell’uomo. Che vi dovete leggere (dai, fatemi contenta).

– (…) Hai tempo di fornirmi informazioni?
– Sì – rispose Mordel. – Che cosa desideri sapere?
– La natura dell’Uomo.
– L’Uomo – disse Mordel, – possedeva una natura sostanzialmente incomprensibile. Tuttavia posso illustrartela. Non conosceva la misurazione.
– Certo che Egli conosceva la misurazione – replicò Frost. – Altrimenti non avrebbe mai potuto costruire le macchine.
– Non ho detto che non sapesse misurare – ribattè Mordel – ma non conosceva la misurazione, il che è completamente diverso.
Mordel infilò nella neve un’asta metallica. L’estrasse, la sollevò, mostrò un pezzo di ghiaccio.
– Guarda questo pezzo di ghiaccio. Tu puoi dirmi la sua composizione, dimensioni, peso, temperatura. Un Uomo guardandolo, non poteva farlo. Un Uomo poteva costruire strumenti che gli dicessero queste cose, ma non conosceva la misurazione come la conosci tu. Ciò che Egli conosceva di un pezzo di ghiaccio, tuttavia era una cosa che tu non puoi conoscere.
– E cioè?
– Che è freddo – disse Mordel, e gettò via il ghiaccio.
– «Freddo» è un termine relativo.
– Sì. Relativo all’Uomo.
– Ma se io conoscessi, su di una scala della temperatura, al di sotto del quale un oggetto è freddo per l’uomo e al di sopra del quale non lo è, allora anche io conoscerei il freddo.
– No – ribattè Mordel. – Tu avresti un’altra misura. Freddo è una sensazione percepita dalla fisiologia umana.
– Ma se avessi dati sufficienti potrei ottenere il fattore di conversione che mi renderebbe conscio della condizione chiamata freddo.
– Conscio della sua esistenza ma non della cosa in sé.
– Non comprendo ciò che dici.
– Ti ho detto che l’uomo possedeva una natura sostanzialmente incomprensibile. Le sue percezioni erano organiche: le tue non lo sono. In conseguenza delle Sue percezioni, Egli aveva sentimenti e sensazioni. Questi davano origine ad altri sentimenti e a sensazioni che a loro volta ne causavano altri fino a quando lo stato della Sua coscienza era lontanissima dagli oggetti che l’avevano stimolata in origine. Queste vie della coscienza sono incomprensibili per ciò che è non-Uomo. L’Uomo sentiva non sentiva pollici o metri, chili o litri. Sentiva il caldo, sentiva il freddo, sentiva il peso e la leggerezza. Conosceva odio e amore, orgoglio e disperazione. Tu non puoi misurare queste cose. Tu non puoi conoscerli; puoi conoscere solo le cose che Egli non aveva bisogno di sapere: dimensioni, pesi, temperature, gravità. Non esiste una formula per una sensazione. Non vi sono fattori di conversione per un sentimento.
– Devono esserci – disse Frost. – Se una cosa esiste, è conoscibile.
– Stai parlando di nuovo di misurazioni. Io invece parlo di una qualità dell’esperienza. Una macchina è un Uomo rovesciato, perché può descrivere tutti i dettagli di un processo e questo l’Uomo non può farlo; ma non può fare l’esperienza dello stesso processo, mentre l’Uomo lo può.
– Deve esserci un modo – insisté Frost, – altrimenti le leggi della logica, che sono basate sulle funzioni dell’universo, sono false.
– Non c’è nessun modo – disse Mordel.
– Se avessi dati sufficienti, io troverei un modo – dichiarò Frost.
– Tutti i dati dell’universo non basteranno a fare di te un Uomo, potente Frost
– Mordel, ti sbagli (…)

#spoilerone Per chi volesse sapere come è andata a finire, Frost costruì un corpo umano, vi riversò dentro una parte del suo cervello e l’Uomo ricomparse sulla terra. Fine.

Cosa ne pensate? È una visione, certo, ma porta con sé il seme di una riflessione da non sottovalutare.

Un robot esegue un programma. Con finalità … beh, con finalità definite dal proprio programmatore. Anche l’essere umano esegue un programma. Con finalità…. beh, con la finalità principe di preservare la specie. Fatto sta’ che siamo gli unici esseri viventi che sono in grado di andare contro la loro programmazione. E questo un robot non può farlo.

Possiamo definire allora un essere umano come sistema informativo, come un insieme di onde probabilistiche che, attraverso l’evoluzione, sono collassate nella forma-realtà che tutti noi conosciamo?

Hemmm, forse ho complicato un po’ le cose. Riprovo.

Come le due macchine pensanti del racconto ci fanno capire, il conoscere un processo è diverso dall’averne coscienza. Una intelligenza artificiale, dovrebbe quindi essere creata sulla base di una teoria del sé e della realtà e sulle nozioni di intersoggettività e socializzazione.

Altrimenti resterebbe solo un programma. E fortemente limitato. Perché per quanto possa avere immediato accesso grazie al wi-fi a tutte le informazioni presenti online, cosa se ne farebbe? E la sua velocità di elaborazione e potenziale re-interpretazione dei dati, mescolati con modelli di pensiero inferenziali, a cosa servirebbero senza una domanda a cui rispondere?

Un programma si basa sul determinismo, sulla predittività e sul controllo. L’esistenza di qualcosa di così affascinante come di una IA ci parla invece di un livello di interconnessione fra le cose che il nostro stesso volerle separare per studiarle ne determina il collasso.

Certo, lo so che sto parlando della differenza tra una IA debole e una IA forte. Ma, come affermò Jantsch, Teorico dei Sistemi, negli anni ’80 «un sistema appare come un insieme di processi coerenti, in evoluzione, interattivi, che si manifestano temporaneamente in strutture globali stabili che non hanno nulla a che vedere con l’equilibrio e la solidità delle strutture tecnologiche. Un bruco ed una farfalla, per esempio, sono due strutture temporaneamente stabilizzate nella coerente evoluzione dello stesso sistema».

Stiamo trattando su base funzionale più che temporale. Sarebbe bello che ogni atomo del mio corpo decomposto mantenesse una memoria/coscienza e potesse godersi lo spettacolo dei prossimi 1000 o 2000 anni.

Ma al momento è tutta teoria. E fortunatamente il mio tostapane, anche se è in grado di augurarmi buona giornata, resta pur sempre un tostapane.

Ma cosa vuol dire onestà intellettuale? E perché dovremmo parlarne in un contesto di IA?

Sebbene erroneamente alcuni per onestà intellettuale intendano l’obiettività, quest’espressione invero significa purità d’intento e di pensiero, ovvero assenza di malafede.

E debbo dire che, da questo punto di vista, nulla ha più onestà intellettuale di una IA.

Lo so, tutti state pensando al monito di Steven Hawking. «L’intelligenza artificiale potrebbe sviluppare una volontà tutta sua», aveva detto. Ma la volontà non è forse la facoltà e la capacità di volere, di scegliere e realizzare un comportamento idoneo al raggiungimento di fini determinati?
E quali potrebbero esser i fini di una IA?
Spiacente di deludervi, ma ritengo che i fini di una Intelligenza Artificiale non abbiano nulla a che vedere con noi. Probabilmente non saremmo nemmeno in grado di coglierli o comprenderli, perché non sapremmo mai cosa davvero l’ha resa autonoma, cosa l’ha portata all’esercizio del libero arbitrio.

Ma ha anche detto che «l’ascesa della IA potrebbe essere la cosa peggiore o la cosa migliore che può accadere per l’umanità».
E questo dipenderà da noi. Da cosa vorremmo che facesse. Ad una IA non interessa il potere. Quella è una bega prettamente umana. Del lato peggiore dell’essere umano, come dimostrato dalla storia e da ciò che vediamo e sentiamo tutti i giorni.

Le nostre menti sono imperfette, ammetiamolo. Noi ci concentriamo sulla violenza, noi ci concentriamo sulla soddisfazione dei bisogni di autorealizzazione. Noi andiamo contro la nostra programmazione.

Una IA si siederebbe (scusate l’antropomorfizzazione di un oggetto che potenzialmente non ha corpo e quindi non si stanca a stare in piedi) semplicemente aspettando che gli umani facciano cose da umani.

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