Dall’Eleganza alla Mignottocrazia

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Non sono una filosofa o una teoreta, ma qualche idea me la sono fatta anch’io con il passare degli anni. Alcuni argomenti sono più vicini alle mie corde, altri mi richiedono uno sforzo neuronale da sostenere con pane e Nutella.

E questo è uno di quelli: la parola ELEGANZA.

Per esempio – e adesso faccio lavorare i vostri neuroni – ci può essere eleganza nel modo di risolvere un’equazione; oppure, ed è molto più ovvio, ci può essere eleganza nel modo di vestirsi e quindi di apparire. Nel caso dell’equazione, l’eleganza inserisce una componente inventiva in un campo che (sembrerebbe) rigorosamente chiuso alla scelta di soluzioni fantasiose. La soluzione elegante sarebbe quella che, coniugando invenzione e rigore, appare alla fine sorprendentemente adeguata.

Nel caso del vestito, al contrario, l’eleganza sta nel trovare una misura e il senso di quella misura di fronte alla libertà creativa.

In entrambi i casi comunque l’eleganza attiene più al portamento e al comportamento che all’oggettività. Perciò è più semplice indicare un oggetto come elegante, perché questa caratteristica è visibile in una forma statica.
Quando si riferisce alle persone, emerge invece la sua peculiarità specifica, che è propria dell’agire. Tra comportamento e oggettività è perciò naturale che l’eleganza sia di solito riferita al modo di vestirsi, perché in esso la scelta dell’oggetto abito si unisce al suo scopo, che è il modo di portarlo.

L’eleganza della persona è quindi di solito la bellezza del modo di comportarsi avendo addosso dei vestiti.

E non è vero che da nudi non vi sia eleganza perché in un campo nudista sarebbe proprio l’abito ad essere decisamente fuori luogo.

L’esecuzione elegante di qualsiasi atto può prescindere dall’abito e riguardare sia il gestire stesso, sia un modo elegante di risolvere una questione (come nel caso dell’equazione) o addirittura alla sfera etica ed esistenziale (quello che io identifico con il cafone etico, quello che rispetta i suoi pari o i superiori, ma maltratta i sottoposti).
Per farla breve, dal mio punto di vista, la finalità dell’abito sta nell’adeguarsi al corpo, ma questo adeguamento deve riguardare anche l’attività in cui il corpo è impegnato in una determinata situazione.

Quindi l’eleganza non riguarda solo il rapporto corpo-abito, ma anche il rapporto corpo-abito e attività in cui è momentaneamente impegnato il corpo.

Ci si veste diversamente in casa e al lavoro, e al lavoro in modo diverso se si è un operaio o il presidente del CDA. Ci si veste diversamente ad un incontro fra amici o ad una cerimonia, al mattino o alla sera, d’inverno o d’estate, in Lapponia o in Africa, nel Seicento alla corte di Spagna o nel Novecento in un senato accademico. Perciò l’abito elegante è quello che si conviene al tempo, al luogo, alla funzione.

Immaginiamo un tranviere che, per essere più elegante, guidi il suo tram vestito come un generale di Carlo V… e non ridete, che vi vedo!

Tra l’altro una delle principali cause del mutare della moda e dei criteri di eleganza è l’evoluzione storica delle tecnologie di guerra. Un tempo la divisa del soldato in azione doveva essere molto visibile (impressionante in alcuni casi). Oggi al contrario la divisa da battaglia deve essere mimetica e invisibile.

Oltre alla guerra il fattore più importante per l’evoluzione dei criteri di eleganza è il lavoro.

L’industrializzazione ha inciso sui costumi, introducendo nei canoni dell’eleganza l’economia dei mezzi rispetto allo spreco, un apparente conformismo rispetto all’ostentata eccentricità. Ma cogliere la diversità nell’apparente conformismo richiede più attenzione alle sfumature e ai dettagli. Storicamente si comporta come un’onda: dall’esibizionismo negli sfarzi di corte, aristocratico e cattolico alla sobrietà imposta come tratto di borghesia, all’esibizionismo deludente di oggi.

Allora, forse, è l’educazione la madre dell’eleganza, perché il comportamento “naturale” dello stare in società non si apprende in un giorno, bensì per via indiretta, quasi per osmosi.

Occorre anche dire che l’educazione di oggi avviene in minima parte in famiglia e nella scuola, e in massima parte attraverso i media e in tutte quelle “occasioni sociali” frequentate dalle tribù giovanilistiche. Il concetto stesso di eleganza scaturisce dalla dimensione sociale e quindi culturale, e il discrimine fra eleganza e rozzezza deriva proprio da questa doppia natura.

Nella società di massa, conformismo ed esibizionismo si uniscono nell’ostentazione della marca del produttore ben visibile ovunque sui vestiti, e sostituisce il taglio e la forma dell’abito come segno riconoscibile di eleganza. Del resto il termine “divisa” significa motto, cioè era una frase, e precisamente il motto del sovrano che i soldati portavano scritto sull’abito o sul cappello. Ora invece si porta scritto addosso il nome della ditta, e si fa pubblicità gratis al produttore, che è il nuovo principe dei nostri costumi e dei nostri portafogli.

Chi ricorda certe fotografie di Audrey Hepburn in vacanza, in pantaloni grigi molto sobri, si rende conto che negli anni ‘50 i pantaloni avevano delle pince che facevano sì che la stoffa si tenesse leggermente ampia sui fianchi, perché allora far vedere le curve delle natiche sotto la stoffa era considerato volgare. Una cosa era il bikini, una cosa diversa era il vestito per passeggiare in città. Oggi ovviamente i tempi sono diversi e chi porta i pantaloni si deve adeguare al fatto che l’esibizionismo delle parti sessuali viene considerato una virtù e non un difetto.
Nella società dello spettacolo la spudoratezza soppianta il fascino della modestia, allarga le scollature, rende visibili gli ombelichi. La deriva contemporanea attira l’attenzione sulle prominenze mammarie e sull’espressività motoria dei glutei.

Ma vogliamo veramente che l’eleganza, nel XXI° secolo si orienti verso questi nuovi valori, consacrati dalla felice invenzione del termine mignottocrazia1 di Guzzanti?

1«Mignottocrazia è la corruzione che ottiene potere in cambio di favori. Ci sono anche casi di mignotte per sesso, ma io volevo denunciare quegli uomini che ottengono potere compiacendo il potente: in questo senso, le più grandi mignotte sono uomini». [Paolo Guzzanti] (Ansa.it, 20 novembre 2008)

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