L’apprendimento è il frutto del cambiamento, e non il contrario

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«Come gli psicofisiologi ci insegnano, il nostro apparato sensoriale si attiva quando ci sono cambiamenti nella percezione della realtà, mentre si ottunde al ripetersi delle cose.
Pertanto è il cambiamento di stato, di ciò che ci circonda o che è al nostro interno, ad attivare l’organismo e a indurlo a rispondere sulla base di ciò che ha percepito. I processi percettivi e quelli di cambiamento sono quindi i primi responsabili delle nostre sensazioni, che scatenano emozioni, le quali attivano reazioni che solo alla fine diventeranno apprendimenti e cognizioni.
Poi, una volta che un apprendimento diviene acquisizione, questo influenzerà anche le successive percezioni dell’esperienza vissuta ed elaborata, facendo sì che si crei un’interazione costante tra cambiamenti e apprendimenti. Da tale prospettiva, il behavioristico primato della teoria dell’apprendimento su quella del cambiamento decade drasticamente e lascia il passo al suo rovescio.»

– Giorgio Nardone

L’APPRENDIMENTO NON È IL PRESUPPOSTO PER UN CAMBIAMENTO, MA LA SUA CONSEGUENZA.

I costrutti di apprendimento e cambiamento sono forse i più fondamentali perché stanno alla base di tutti i processi di interazione tra l’individuo e la sua realtà.

Si è generalmente portati a considerare la sequenza “io apprendo qualcosa e quindi cambio (la mia idea, il mio comportamento, etc)”. Se così fosse saremmo essenzialmente delle piante, in quanto non prenderemmo in considerazione quanto ci succede intorno (stimoli esterni) e se il nostro ciclo di Krebs funziona non abbiamo bisogno di altro.

Se non mi credete, facciamo un esempio più lapalissiano: il Covid-19 (Coronavirus SARS-CoV-2)

Questo ceppo di coronavirus è a tutti gli effetti “nuovo” in quanto mai identificato in precedenza nell’uomo (mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose). E ci è “capitato” addosso. Solo dopo abbiamo imparato cos’è, come ci si comporta, e le azioni preventive.

Questa disgressione è un chiarimento fondamentale con ricadute applicative enormi in tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana. La domanda è: si può quindi vedere, affrontare e gestire il cambiamento nelle aziende, dall’inserimento di una nuova tecnologia alla riorganizzazione interna, con un occhio diverso?

Noi pensiamo di sì.

A due condizioni:

    1. Comprendere che davanti al cambiamento noi REAGIAMO e lo facciamo solitamente con degli script o RUOLI PREDEFINITI
    2. Che il processo del cambiamento NON È LINEARE. Spesso di parla di FASI del cambiamento, che presuppongono una sequenzialità. Noi li vediamo come STADI, dai quali o nei quali possiamo passare più e più volte.

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